Le mie immagini per Ratatuja

di Marco Maschietto -

24.02.16

Io, da qui, cercando di rimettere un po' in ordine il materiale e le idee per la nostra Ratatuja, non posso far altro che odiare.

Quando mi guardo attorno, muovendomi per non affondare in questa mia terra, spingendomi piano un poco più in là, con occhi attenti e passi stretti e fiato corto, fra le strade sempre nuove, sempre, trent'anni che le pesto con continuo stupore: la rotatoria nuova, la bretella nuova, nuova la via al mare, nuovo il raccordo, nuova l'uscita sul passante nuovo, nuovo il cavalcavia, l'area commerciale nuova con un nome nuovo che si rifà al vecchio, antico, vintage, superare il passato scavalcandolo con un viadotto da otto plinti di armato fresco, tagliato grosso, come la sopressa.

Odio la nuova linfa che asfalta questa terra, il suo modo di avvolgere e intorpidire, nerastra e putrida, fluida, fetida, veloce, lubrifica il meccanismo, ingrassa l'ingranaggio, smeriglia la ruggine di quello che è stato, deforma lo spazio abbattendo il tempo, ne spezza la continuità, riduce l'insostenibile distanza fra la casa e il lavoro, fra il letto e il capannone, tre minuti netti, una rampa di scale, due sgasate e via a spingere pesante sull'acceleratore, che non hai tempo, fraca forte, non pensare neanche alla fatica, quest'olio salvifico è quello che lenirà i dolori, drizza dunque la schiena per troppo tempo rimasta piegata, respira l'orgoglio del Veneto.

Siamo diventati grandi, nel senso più piccolo che possa esistere.

Penso io.

Che corro, vado a zonzo, nelle nostre paludi e pianure, seguo i fiumi fino al mare, poi i colli e le montagne. Guardo. Mi immagino la terra dall'alto, le nostre città come proiezioni di quello che siamo, mi immergo dunque nella declinazione spaziale della società, vedo ogni tassello che va confusamente al suo posto, piccole tessere di un mosaico produttivo, stile di vita omogeneizzato, come da colonizzati, il quotidiano trattato come un frammento di tecnica industriale.

Cemento e asfalto. Trasudato dalla terra come percolato di una identità veneta che mai ho capito cosa fosse, ma che mi sento addosso, che mi appartiene, da cui non riesco a sottrarmi e fuggire.

Odio quello che vedo e vivo perché sogno altro.

Da sempre.

Che a pensarci un po' meglio a sta roba dell'identità veneta mi vengono dei brividi che mi partono dalla bocca dello stomaco. Quella che mi tormenta, non tanto quando mi incazzo come una iena furibonda, ma quando ho paura.

In questi giorni, portandomi dentro alcune idee che ho avuto dopo lunghe ed ebbre discussioni e che fanno il suono delle biglie che sbattocchiano dentro il sacchetto estivo di juta, ho dovuto frequentare Hotel a quattro stelle, con l'acqua a ottantasettegradi, tartinette, franciacorta e chicchi di cafè cagati da viverridi indonesiani. Queste pance grosse che si preparano a divorare il futuro che, come una bestia selvatica che ti ciava le patate dall'orto, va abbattuto, parlano di stock keeping, di elementi terzi di sostenibilità, dell'essenzialità dell'asset allocation, di veicoli indicizzati passivi.

Si stanno preparando al disastro. Loro parlano una antilingua perfetta, rivolta alla pancia di altri. Nella stessa stanza ce ne sono altre di pance, sempre gonfie, ma in maniera diversa. Si vede che hanno studiato meno, lavorato con le mani molto di più, sono paonazzi, siedono agitati, non capiscono cosa stia succedendo, farfugliano cose con la erre arrotolata, qualcuno dice “fase storica”, si contraggono, gli si tirano le rughe sul volto quando sentono recessione macroeconomica, stallo, crisi senza fine, stagnazione, diminuzione, flessione. Parole che fanno loro il lifting. Ma è gratis come il buffet che sta per liberarli e va bene così. Si alzano mascherando male, malissimo, l'unico pensiero che hanno: fame.

Una fame povera, da strafogo, da briciole onte sui polsini ingemellati, tochi di bibanese sulle cravatte mal annodate, con flatulenza terrificante, da bocca piena che parla de schei che manca sempre e no basta mai, da occhio innervato da cirrosi imminente, da chi ha sacrificato tutto al lavoro dimenticandosi anche di amare, da labbra contadine tinte dal franc, da alito di folpo riposato in terrina di alluminio, senza limone.

Non capiscono cosa stia succedendo. E, a dir la verità, non sono gli unici.

Allora, a cosa possono servire queste mie mani se non a creare, a cosa vivere qualcosa senza trovare il modo di raccontare, a cosa serve il mio corpo, a cosa servo io se non a mettermi di traverso, a tentare di rompere e rovesciare tutto questo.

Quella strada tortuosa che ci si spalanca davanti, sensuale come la rivolta, che ti sussurra piano di eliminare ogni cosa, che ti urla che ti farà del male, che rimarrai solo, che potrai perdere tutto, che ti porterà, però, da un'altra parte, non qui, non così, quella strada rischiosa è l'unica che so percorrere. Con odio atroce, che ravviva il mio amore.

Ecco da dove nascono le mie immagini per Ratatuja.

E allora, che Ratatuja sia!

Newsletter

Iscrivendoti avrai uno sconto del 5% sul tuo primo acquisto