Nelida Milani, Di sole, di vento e di mare

di Maurizio Casagrande -

23.09.20

 

Nelida Milani, Di sole, di vento e di mare

 

 

"Dedicarsi agli altri, alla tutela dei propri luoghi, della propria comunit√†, per quanto piccola e dimenticata sia, battagliare tutta la vita per la propria santa causa" (p. 9): basterebbero queste poche parole, collocate in apertura del trittico di racconti polesani di Nelida Milani, a legittimare non solo questo libro, ma anche tutti gli altri inclusi quelli che l'autrice ha preferito non scrivere, di una fra le voci pi√Ļ alte dell'Istria, in aggiunta all'impegno di un'intera vita spesa senza risparmio per la causa degli italiani rimasti.
Pesa come un macigno su queste pagine, che ogni inquilino delle sponde opposte dell'Adriatico dovrebbe imprimere nella mente, il trauma dell'esodo che aveva segnato indelebilmente tanto i profughi quanto i rimasti.

 

 


Come la Milani ha imparato ad apprendere dalla lezione della vita, prima ancora che dalla grande letteratura, l'amatissima Pola con la casa/osteria della nonna, il Foro romano, le arche di pietra spazzate dalla bora, il molo,¬†il cimitero della Marina e la cava, si traducono forzatamente in "esperienza interiore prima che altro" (p. 16). E forse nessuno meglio di un maestro di semiotica come lei sa riconoscere contestualizzandole le molteplici risemantizzazioni che la storia e i regimi hanno imposto su questo lembo di terra ai luoghi come alle cose o alle persone e, soprattutto, alle lingue (l'italiano ma anche i vari dialetti di ascendenza veneta) come alle parole: non √® un caso infatti che ricorrano con grande frequenza nella sua prosa, come gi√† in quella del conterraneo Tomizza, molteplici e sapide voci dialettali, talora affiancate antifrasticamente a lemmi della lingua che vorrebbe negarne il diritto ad esistere. E tuttavia, se l'operazione di omologazione culturale e di annientamento del dissenso si rivela piuttosto agevole nell'ambito urbano, tutto si complica nei paesi di campagna dove il radicamento alla lingua locale e alla terra alimentano la consapevolezza identitaria e la spinta a resistere: "dove conosci nomi, cognomi e indirizzi, √® pi√Ļ facile sentirsi comunit√† fra gli eterni quattro punti cardinali dell'esistenza: il sole, il cielo, il vento, il mare" (p. 18). L'estrema risorsa, e insieme la lezione pi√Ļ alta, diviene allora la capacit√† di elaborare una propria filosofia della sconfitta: "se si riesce ad amare l'idea di fallimento, l'idea della disfatta, allora... si √® superiori a tutto quello che accade, si √® vittime invincibili" (p. 19).

 

Ma, con il sommo Dante, non tutto è perduto se ci soccorre la forza sublime dell'amore: "i nuovi mutamenti sociali sono le famiglie miste... Il croato e il serbo, il bosniaco e il montenegrino fanno irruzione fra le pareti di casa e nella nostra esistenza... senza che ci sia il tempo né l'intenzione di elaborare modelli culturali" (p. 24), anche se si tratta pur sempre di una forza "liquida", di un dato che non si può considerare acquisito una volta per tutte.


Il cuore del libro risiede però nel secondo pannello della triade, Pesca miracolosa, interamente consacrato alla memoria nel recupero di tasselli cruciali dell'identità collettiva da parte di un narratore di secondo livello che corrisponde al doppio dell'autrice, a partire dagli eventi successivi all'8 settembre '43: l'occupazione tedesca, il primo bombardamento su Pola, le insurrezioni, la resistenza, le brutalità perpetrate da una parte e dall'altra, i fantasmi inquietanti sepolti nei sotterranei del complesso militare di Musil.

Con una felice scelta stilistica nell'abbandono alle "intermittenze della memoria" di un ottuagenario e adottando la medesima finzione narrativa del romanzo di Tomizza La miglior vita, le tormentate vicende dell'Istria ci vengono così restituite in maniera vivissima per il tramite dei ricordi dell'intera esistenza del protagonista, Tullio, dall'infanzia alla tarda maturità.

 

La pesca dei miracoli è quella che segue al primo bombardamento della città, del porto e dei moli il 9 gennaio del 1944, e a ricavare profitto dagli effetti delle bombe esplose in mare sono un esperto pescatore dai tratti omerici ed il suo giovane figlio, che funge da voce narrante, rapito nel primo incontro con l'esperienza del sublime: "Era il tremendo meraviglioso. Quella domenica fu il sublime a colpirmi per la prima volta... sarei rimasto ancora per ore a guardare nella mia attonita immobilità i vortici e i turbinii di colore, ipnotizzato dal suono delle onde" (p. 55). Salvo rivivere tale esperienza, nelle forme stranianti del sogno, quale sinistra profezia: "Ma eravamo noi quei pesci, erano i miei vicini di casa, erano Vili, Dario e Pino... Tutti morti. Muti come pesci in barile, tutti stretti nella caducità della comune mortale natura" (p. 65). Grazie all'amara esperienza della "liberazione", intesa almeno nella maniera in cui la concepivano i pretesi liberatori, quel giovane e intere generazioni con lui venivano a scoprire quale incommensurabile valore possano acquistare la cultura, la poesia e la padronanza della propria lingua "di carne", specialmente se a farsene mediatore e interprete fosse un intellettuale della statura di Antonio Borme: "Era la poesia che ci toglieva le bende della persuasione, ci portava fuori dalla cecità, nessuna porta teneva, inutili le serrature alle stanze chiuse, ai confini chiusi, la poesia metteva in discussione l'ordine imposto, ci guidava al di là della linea rossa che tracciava l'idea del mondo che dovevamo pensare, metteva a soqquadro la versione che i  liberatori avevano deciso di dare di sè e di noi, trasformava la distruzione in canto, la dissipazione dialettale in canto" (p. 99).

 

Un conforto, peraltro, che permane soltanto fino alla distruzione del Muro: "in seguito a quel crollo si estinse anche il potere magico della letteratura e soprattutto della poesia, della nostra poesia, dei nostri poeti, che nessun Komitet, nessuna censura, nessun Partito poteva tenere sotto stretta sorveglianza o spedire in Arsia a scavar carbon" (ibidem). E varr√† la pena di menzionarne almeno uno fra questi poeti, artefice primo del libro e autore della preziosa postfazione che lo chiude: "me xe restadi pochi /¬†pochi oramai e veci / co gnanche lori no sar√† piu qu√† / cossa sar√† per mi la mia cit√†? // E cossa mi per ela, sepelido / vivo per tanti ani via de l√†?" (Mauro Sambi, p. 101). In seguito, tutto degenera e ritornano in auge la malapianta della delazione, meglio se ad opera di un "amico", e le liste di proscrizione: "Doveva soltanto fiutare in giro facendo il suo mestiere di muratore. [...] mi ha mostrato l'elenco degli individui sospetti da sorvegliare e controllare e io ero nell'elenco, ero il numero 15 [...] in quanto italiano ero pericoloso. Nel 1993, capisci, mentre serbi e croati si sbranavano, capisci? [...] Dopo cinquant'anni eravamo ancor sempre pericolosi, sempre sulla lista, anche in democrazia. E cosa vuoi farci? Sono fatti cos√¨: i liberatori sono sospettosi" (pp. 116-117). Sino alla nemesi storica di un senatore del PCI, pi√Ļ tardi giunto in patria alla massima carica istituzionale, che giungendo a Pola negli anni della primavera di Praga non trovava di meglio che catechizzare cos√¨ i polesani, che del comunismo conoscevano il vero volto: "beati voi che andate verso il comunismo" (p. 141)!

 

A chiudere quasi omericamente il cerchio, connettendo inscindibilmente l'inizio alla fine, le riflessioni conclusive dell'anziano Tullio, dopo il ritorno a Canossa del padre fedifrago, all'indomani del trapasso di quest'ultimo: ¬ę...quel primo bombardamento fu solo l'inizio e nulla, in seguito, ci fu risparmiato. Nemmeno quella frase che oggi i presidenti e i primi ministri dicono per televisione ai terremotati battendogli una pacca sulla spalla "non vi lasceremo soli". Fummo invece lasciati soli e inermi...soli alla merc√© di forze impossibili da affrontare¬Ľ (p. 169).

 

Per concludere, vorremmo richiamare l'attenzione del lettore su alcuni dei passaggi pi√Ļ illuminanti all'interno del saggio finale, autentica laectio
magistralis sull'essenza di concetti quali educazione, letteratura e democrazia: "L'educazione emotiva comporta la conoscenza e l'uso delle parole. Uno dei luoghi eminenti dove si imparano le parole si chiama Letteratura. La Letteratura √® una grande descrizione dei processi emotivi, non processi mentali, ma processi del cuore. La Letteratura racconta come uno ama, come odia, cosa sono lo spleen, la noia, la tragedia, il disprezzo, il desiderio, la vergogna, la gioia, ecc. In questo senso la Letteratura √® una grande agenzia di educazione emotiva, un bene prezioso, un¬† nutrimento" (p. 181); e di nuovo: "[...] sembra che nessun insegnante si sia accorto [...] che in democrazia l'idea di uguaglianza in una classe di diversi contraddice l'idea di libert√†. √ą un'idea barbarica. [...] Io sono libero per essere diverso da te, purch√© mi si conceda di essere diverso da te, purch√© possa essere diverso da te. Per questo sono libero" (pp. 181-182); e ancora: "Non possiamo pi√Ļ assistere impotenti al riduttivismo, al laissez faire, ai piccoli passi del gambero, alla distruzione della lingua, alla desacralizzazione dei simboli. [...] Il sale √® la nostra cultura, il nostro passato, che non √® mai morto, la nostra civilt√†" (Una rosa bianca. Sul futuro di Esuli e Rimasti, p. 197).

 

 

 

Maurizio Casagrande

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