Machiavelli edito e tradotto da J.-C. Zancarini

di Paolo Carta -

23.02.16

Niccolò Machiavelli, Discursus Florentinarum Rerum et autres textes politiques, traduction, introduction et notes de J. –C. Zancarini, texte italien établi par J. –J. Marchand, Neuville-sur-Saône, éditions Chemins de tr@verse, 2015, pp. 134 (Les Cahiers D'Allhis, n. 2), € 18 (€ 9.99 ebook QUI).

Di recente, il Discursus Florentinarum Rerum è stato al centro di un interessante dibattito tra i teorici della politica, oltre che tra gli studiosi machiavelliani. Un confronto a più voci sulle idee costituzionali di Machiavelli, che ha messo in luce l'urgenza di tornare sulla natura dello scritto e sulla particolarissima posizione che esso occupa nella cronologia delle opere del quondam Segretario. Alcune analisi, infatti, hanno preferito isolare questa o quella particolare riforma istituzionale, per ridisegnare il pensiero di Machiavelli in termini radicali; altre, addirittura, fondate su di un'errata lettura di alcuni passi del Discursus, l'hanno trasformato nel convinto sostenitore del potere mediceo. L'edizione curata da Jean-Claude Zancarini, che contiene la traduzione francese, con testo italiano a fronte, stabilito da Jean–Jacques Marchand, è un buon modo per riprendere la riflessione. Tra gli altri suoi meriti, il volume ha anche quello di restituire al lettore, tutta la complessità della proposta machiavelliana, elaborata tra il 1520 e il 1521, presentandola accanto alle altre opere del Fiorentino (i Discorsi e soprattutto le Istorie fiorentine), e interpretandola in stretta relazione con il dibattito politico contemporaneo ben presente all'autore. Un esempio di filologia politica, come l'ha altre volte definita Zancarini (si veda in: Laboratoire Italien). Machiavelli pensò a un progetto di transizione, cogliendo l'occasione della breve apertura medicea all'indomani della morte di Lorenzo, il dedicatario del Principe. La proposta serviva per traghettare Firenze da un principato, «privo delle debite qualità sue» (p. 56), quindi una ‘tirannide velata', come avrebbero detto i giuristi (o anche il suo amico Guicciardini), verso una «repubblica bene ordinata» (p. 66). Per comprendere il Discursus, vero banco di prova per i machiavellisti, è necessario naturalmente accostargli i due testi successivi, il Ricordo al Cardinale Giulio sulla riforma dello stato in Firenze e la Minuta di provvisione per la riforma dello stato di Firenze nel 1522, che nel volume sono presentati nella loro prima traduzione francese. Le pagine machiavelliane rivelano una minuziosa insistenza sui meccanismi di funzionamento delle istituzioni repubblicane, competenza, cui si affianca la non comune capacità d'immaginazione, che egli affinò fin dagli anni del cancellierato. Per tale motivo esse vanno analizzate tra le righe, perché è proprio lì, in alcune cautele affacciate quasi fugacemente, che la sfida machiavelliana può essere apprezzata nel dettaglio. Solo così è possibile comprendere in che modo Machiavelli tentò di persuadere Leone X e Giulio de' Medici a sostenere il suo progetto di riforma, che avrebbe garantito loro lo «stato», ma solo finché in vita, e al tempo stesso aperto la via per il ripristino integrale delle principali istituzioni repubblicane, sia pur con qualche alterazione «a salute». «Non la sbigottisca qualche alterazione di magistrati», scriveva, «perché dove rimane del vecchio, tanto meno vi resta del cattivo» (p. 70). Annullata la «Signoria, gli Otto della Pratica e i Dodici Buoni Uomini» e sostituiti da 65 cittadini, distribuiti tra le due arti (53 per la maggiore e 12 per la minore), tra i quali scegliere un gonfaloniere di giustizia; fondato un Consiglio delli Scelti di 200, un senato, dunque, Machiavelli non affiancava una antica magistratura comunale, quella dei Sedici gonfalonieri delle compagnie, con una nuova funzione tribunizia, di controllo sull'élite. Questo legame tra istituzioni e dimensione sociale della realtà fiorentina è un tratto caratteristico del pensiero machiavelliano. Naturalmente ciò che però più a lui interessava era la «riapertura della sala», cioè il ripristino del Consiglio grande, riproposto come baricentro delle magistrature della repubblica. Senza il Consiglio, ricordava, non «si satisferà mai all'universale de' cittadini fiorenitini» e senza «satisfare all'universale, non si fece mai alcuna republica stabile» (p. 78). Per rendere più persuasiva la sua proposta Machiavelli non esitava a presentare uno scenario particolarmente inquietante ai suoi destinatari, un «pronostico», come lo chiamò, dai toni quasi savonaroliani: «Io voglio fare un pronostico; che sopravvenendo uno accidente, e la città non sia altrimenti riordinata, e' si farà una delle due cose, o tutte a dua insieme; o e' si farà un capo tumultuario e subitaneo che con le armi e con violenza defenda lo stato; o una parte correrà ad aprire la sala del Consiglio e darà in preda l'altra» (p. 90). Poco prima era stato ancora più esplicito, laddove ricordava al papa che era nel suo interesse riaprire la sala: «Però conviene al volere fare una republica in Firenze, riaprire questa sala e rendere questa distribuzione all'universale; e sappia Vostra Santità che, qualunque penserà di tôrle lo stato, penserà inanzi ad ogni altra cosa di riaprirla. E però è partito migliore che quella l'apra con termini e modi securi, e che la tolga questa occasione a chi fussi suo nemico di riaprirla con dispiacere suo, e destruzione e rovina de' suoi amici» (p. 80). Seppure Machiavelli sia disposto a ridiscutere il quorum necessario per la validità delle sue deliberazioni, non sussiste alcun dubbio che nessuno sarebbe dovuto essere escluso dall'accesso al Consiglio grande, come scrisse nel Ricordo al Cardinale Giulio (p. 92) e che il suo intento, confermato anche nella minuta scritta dopo la morte di Leone X, fosse di giungere al ripristino graduale di tutte le sue prerogative: «Che per virtù della presente provisione, s'intenda essere, e in effetto sia restituita al Consiglio, per lo addrietro chiamato il Consiglio maggiore, ogni e qualunque preminenza, ordine e autorità, quanto mai in alcuno tempo avesse più ampla, da il mese di agosto dello anno 1512 indietro» (p. 96). La questione del quorum esaminata nell'introduzione del volume (p. 47) ponendo in relazione il Discursus con la Minuta, è di grande importanza e, come del resto fa la traduzione del testo, fuga ogni dubbio su quel passaggio a volte frainteso: «Et c'est pourquoi je juge qu'il est nécessaire de rouvrir la salle du Conseil des Mille, ou au moins des 600 citoyens, qui distribueraient, de la même façon qu'ils distribuaient jadis, tous les offices et toutes les magistratures, hormis ceux mentionnés ci-dessus : les 65, les 200 et les Huit de Baillie ; lesquels [i 65, i 200 e gli 8], durant toute la vie de Votre Sainteté et celle du Cardinal, seraient délégués par vous». (pp. 78-79). La proposta della riapertura del Consiglio può apparire paradossale, ma questa «extravaganza» va compresa seguendo le ragioni con cui essa è presentata. «La raison que donne Machiavel est à la fois historique et politique», sottolinea Zancarini: «Il insiste sur l'attachement des Florentins à cette forme institutionnelle et explique que l'expérience historique de la république du Grand Conseil a formé un état d'esprit bien différent de celui du peuple florentin avant qu'il n'ait fait cette expérience» (p. 45). Si trattava di un «pari machiavélien», una scommessa, come ricorda il curatore, che si reggeva su un'etica, su un postulato che esprimeva anche la costante resistenziale del suo autore. Come aveva scritto in Discorsi, II, 30: «Gli uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli; possono tessere gli orditi suoi, e non rompergli. Debbono, bene, non si abbandonare mai; perché non sappiendo il fine suo, e andando quella per vie traverse ed incognite, hanno sempre a sperare, e sperando non si abbandonare, in qualunque fortuna ed in qualunque travaglio si truovino». È alla luce di questa espressione «non si abbandonare mai» e della speranza in essa contenuta, che Zancarini presenta il Discursus e i testi più brevi. L'introduzione offre l'occasione di ripercorrere la storia istituzionale fiorentina e i dibattiti politici che la caratterizzarono, alla luce delle più recenti ‘scoperte' storiografiche, a partire dal 1494 per giungere fino al 1527. Il volume, tuttavia, dedica agli anni che vanno dal '19 al '22 le maggiori attenzioni. Sono gli anni che seguono la morte di Lorenzo e durante i quali ebbe inizio un dibattito, incoraggiato da Giulio de' Medici, che coinvolse le menti più acute della politica fiorentina, sulla possibilità o meno di ripristinare la forma repubblicana per la città. Naturalmente quali fossero le reali intenzioni del cardinale, è difficile dirlo. Gli storici fiorentini che hanno discusso di questo breve periodo di ‘apertura', «se demandent tous s'il fallait faire confiance au cardinal Jules de' Medicis quant à ses intentions: était-ce un nuage de fumée ou une intention véritable?» (p. 21). Ognuno di loro, Cerretani, Nardi, Nerli e Pitti, risponde a seconda delle proprie posizioni politiche, favorevoli ai Medici o al ripristino della repubblica. Nessuno, tuttavia, mette in discussione l'importanza e la bellezza del dibattito, che produsse numerosi scritti, ancora oggi di fondamentale importanza per la storia teorico-politica intorno alla natura di una repubblica. Tra questi, figura non solo il Discursus di Machiavelli, ma anche il Discorso del riformar la città di Firenze di Alessandro de' Pazzi oltre a quello, mai ritrovato, di Zanobi Buondelmonti, cui accenna Filippo de' Nerli nei suoi Commentarii. Con buona probabilità si può inserire tra questo corpo di scritti anche il Dialogo del reggimento di Firenze di Francesco Guicciardini, la cui prima versione del prologo risale proprio al 1521 (pp. 22-23). Si trattò di un momento in cui, per usare le parole di Guicciardini, il dibattito non ammetteva che si ricercasse «uno governo immaginato e che sia piú facile a apparire in su' libri che in pratica, come fu forse la republica di Platone», ma piuttosto «uno governo che non siamo sanza speranza che pure si potessi persuadere ed introducere, e che introdotto, si potessi secondo el gusto nostro comportare e conservare». Per far ciò, come del resto scriveva Machiavelli, era necessario dapprima persuadere i Medici del premio che avrebbero ricevuto col restituire la libertà alla città: «Io credo che il maggiore onore che possono averegli uomini sia quello che voluntariamente è loro dato da la loropatria. Credo ch'il maggiore bene che si faccia, e il piùgrato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. Oltra diquesto, non è esaltato alcuno uomo tanto in alcuna sua azione,quanto sono quelli che hanno con leggi e con instituti reformatola republica e i regni: questi sono, doppo quelli che sono statiIddii, i primi laudati» (pp. 86-87). Non esiste niente di prezioso a questo mondo della gloria, tanto stimata dagli uomini, al punto che anche coloro che «non avendo possuto fare una republica in atto, l'hanno fatta in scritto; come Aristotile, Platone e molt'altri: e' quali hanno voluto mostrare al mondo che se, come Solone e Ligurgo, non hanno potuto fundare un vivere civile, non è mancato dalla ignoranza loro, ma dalla impotenza di metterlo in atto» (pp. 88-89). Tutti gli sforzi e le speranze ebbero fine nell'estate del 1522, dopo la congiura antimedicea cui parteciparono anche i frequentatori degli Orti Oricellari, gli 'allievi' del Machiavelli che commentava Livio. Che una riforma repubblicana stesse concretamente per realizzarsi lo rivela la data del 1° Maggio 1522, presentata da Machiavelli nella Minuta. È proprio quest'ultima a mostrare in modo chiaro e definitivo che il progetto machiavelliano fosse essenzialmente quello di riordinare la repubblica in modo poco o per niente distante dal modello antecedente al 1512, con un gonfaloniere e un consiglio grande, affiancati da un consiglio di mezzo, modellato forse sull'esempio descritto da Alessandro de' Pazzi (pp. 42-43). Ai Medici è lasciata la sola magistratura temporanea dei XII Riformatori, istituita al solo scopo di porre in essere le riforme programmate, e per la quale, tuttavia, Machiavelli prevedeva limiti assai stringenti, affinché fosse chiaro «che questa autorità così riserbata, era tutta a beneficio della libertà». Innanzitutto la durata, limitata a un anno, oltrepassata la quale sarebbe stato chiaro, anche giuridicamente, che la repubblica era divenuta una vera e propria tirannide velata propter titulum. «Dopo el quale anno», scriveva Machiavelli, «rimanghino detti XII cittadini e detto Monsignore Reverendissimo sanza alcuna autorità, né possino a sé medesimi prorogarla, né a altri, per alcuna via retta o indiretta, darla». Il volume curato da Zancarini, dunque, offre al lettore italiano una ricostruzione puntuale e appassionante del dibattito che caratterizzò il momento nel quale Machiavelli elaborò la sua proposta. È però soprattutto la traduzione degli scritti machiavelliani a rivelarsi uno strumento efficacissimo per la soluzione dei molti problemi interpretativi che essi presentano.

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