PER NICO di Franco Zabagli

di Franco Zabagli -

22.12.20

 

PER NICO
di Franco Zabagli

 

 

Nico Naldini è prima di ogni altra cosa un poeta. Una constatazione da fare così, pianamente, senza tante cerimonie in Parnaso, proprio come succede nelle prime righe di un racconto che Goffredo Parise gli ha dedicato nel Sillabario n. 2. Un poeta che fa circolare i propri versi «quasi con ritrosia e sottobanco», secondo quel che un altro amico, Andrea Zanzotto, scrive di lui recensendo nel 1988 La curva di San Floreano, raccolta «smilza eppure densissima » dove Naldini aveva riunito per la collana ‘bianca' di Einaudi tutte le poesie scritte fino ad allora. Poesie in dialetto e in lingua cadenzate per lo più su una perfetta misura breve, che trattengono ognuna un frammento di realtà o di eccentrica saggezza, e che fissano la verità della vita senza aggiungere letteratura alle epifanie della gioia, ma senza neanche chiedere sconti alle esazioni della malinconia e del dolore.

 

Quand'era ancora un ragazzo, Nico Naldini esordisce sotto l'incantesimo maieutico dell'Academiuta di lenga furlana, fondata a Casarsa dal cugino Pier Paolo Pasolini. Negli almanacchi dell'Academiuta pubblica i primi versi e poi, nel 1948, sempre sotto quell'insegna editoriale, la sua prima plaquette: Seris par un frut. Ha continuato a esser poeta «con ritrosia e sottobanco » anche nei successivi decenni, durante i quali ha sì pubblicato poco, ma variamente ha lavorato nell'editoria, nel giornalismo, nel cinema, e più che altro ha vissuto. Come se si fosse accorto che una speciale bellezza che ancora abitava il mondo aveva i giorni contati, e con essa la «strana gioia di vivere » che allertava i sensi di uomini straordinari come Giovanni Comisso, Filippo de Pisis o Sandro Penna, numi di una meravigliosa libertà esistenziale, «Dei fastosi e cialtroni » diventati col tempo un prediletto argomento di ricerca e scrittura biografica.


Durante l'ultimo scorcio del Novecento Naldini si è fatto narratore dei personaggi nei quali ha riconosciuto una sua genealogia d'elezione, veri maestri di un sapere senza regole, trasmesso semmai nella corrente stessa della vita, tutt'al più persistente, per chi sarà capace di riconoscerlo, nelle accensioni della poesia. Vita di Giovanni Comisso (1985), Pasolini, una vita (1989), De Pisis. Vita solitaria di un poeta pittore (1991), sono libri per i quali Naldini ha messo a punto, come a premunirsi da ogni implicazione troppo soggettiva, un metodo, meglio forse uno stile che privilegia l'utilizzo diretto dei documenti: lettere, diari, carte d'archivio, tutto ricomposto con un sottile lavoro di tagli intarsi e suture dentro il flusso limpido e quasi imperturbato della sua propria scrittura. Ma in altri libri degli stessi anni, come Nei campi del Friuli. La giovinezza di Pasolini (1984) o Il solo fratello. Ritratto di Goffredo Parise (1989), quell'oggettività cede a un coinvolgimento testimoniale più esplicito, e il racconto, per quanto lineare e pudico, rivela la verità vibrante delle cose viste, delle esperienze condivise, già ben dentro quella prospettiva della memoria dove Naldini, con Il treno del buon appetito, arriva infine per collocare anche se stesso.

 

Questo libro, pubblicato nel 1995, segna il punto in cui «quel Naldini che pare non osi nemmeno esistere » (così aveva scritto Pasolini in Descrizioni di descrizioni) lascia emergere nella sua prosa la prima persona per avvicinarsi alle forme di una personale recherche. Lo fa cautamente, e tenendosi sempre lontano dai viluppi dell'autoanalisi. Solo nelle stupende pagine iniziali del Preambolo in corsivo torna a considerare, con una sincerità, una fermezza di sguardo che danno i brividi, tre quattro episodi cruciali della prima infanzia: quelli in cui si sperimenta per la prima volta la frizione dolorosa con la realtà, e che ci rivelano per sempre a noi stessi. Un effetto di luce all'alba, una distrazione della madre, una fiaba, bastano a far conoscere l'angoscia dell'abbandono a questo Petit Poucet friulano che sta per smarrirsi nel buio del mondo. Ma che scopre, anche, certi fugaci fenomeni di felicità che di tanto in tanto visitano la nostra vita: come il «treno del buon appetito» che dà il titolo al libro, il direttissimo Vienna -Roma col sontuoso wagon-restaurant ornato di stemma e scritte d'oro, che la sera sostava a Casarsa appena un minuto, per subito sparire «nel tempo incommensurabile delle visioni», proprio come il Rex davanti agli abitanti sbigottiti del borgo di Amarcord.


In quei pochi fatti remoti Naldini riconosce le ragioni che lo hanno reso «vulnerabile per sempre», e forse l'origine stessa di quell'io esitante, gregario, che sembra impedirgli di parlare di se stesso se non in relazione a qualcun altro. Perché è sempre attraverso la biografia degli amici che Naldini, anche in questo libro, arriva a scandire la propria. La grande sezione centrale, Gli amici che ho inseguito e il conforto della natura, è una suite di racconti autobiografici che si aprono e chiudono obbedendo a una segreta intermittenza lirica, avanti e indietro nel tempo, in paesaggi e città di un'Italia che più non esiste. Lo struggente adagio iniziale sulle notti d'estate nella Roma del 1975, la Piazza dei Cinquecento come «un'immensa, stillante grotta notturna», dove già pare che incomba, a chiudere oscuramente un'epoca intera, il destino imminente di Pasolini. Venezia, con quell'aria che «è l'unica al mondo che non turba», e nel cui cielo ancora «volano i semidei del Tiepolo». I primi anni Cinquanta a Trieste, per l'università, e prima ancora la guerra e il dopoguerra a Casarsa, a Versuta, il Friuli come una mappa di «adorati toponimi» e di scoperte esaltanti. Gli anni Sessanta a Milano, e in certi posti della campagna pavese dove ancora si poteva scoprire, intatta, una vita «arcaica e magica». Infine, per ritrovare un'autenticità ormai del tutto estinta nel popolo italiano, l'approdo in Africa, in un paese «su una costa non lontana dall'Isola dei Lotofagi».


Ognuno di questi luoghi si accompagna al nome, alle fattezze, all'eros irradiante di un ragazzo: Vito, Ferruccio, Attilio, Bertino. Forse non è mai stato scritto un libro che racconti con altrettanta verità quello che è stato, nella specifica antropologia dell'Italia, l'amore tra uomini. Così implicito, ma anche così naturale finché è rimasto nella sua «pura ontologia», prima che le libertà e i nuovi conformismi della rivoluzione sessuale lo mutassero in tutt'altra cosa. I cultori di gender studies non mi pare abbiano visto l'originalità della testimonianza che questo libro contiene. Non fosse altro per aver riportato quel che a proposito dell'omosessualità usava dire, già in tempi lontani, un grande poeta che omosessuale non era: «Per me tra uno che ama le donne e uno che ama i ragazzi c'è la stessa differenza che tra uno che ha i capelli neri e uno che li ha biondi».


Oltre ai ragazzi ci sono stati altri amici nella vita di Naldini, tra i quali si sa che figurano, per un singolare karma anagrafico, personaggi di prim'ordine del Novecento italiano: Biagio Marin, Virgilio Giotti, Sandro Penna, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Bartolo Cattafi, Carlo Emilio Gadda, Federico Fellini, Goffredo Parise («Il solo fratello»). Nel Treno del buon appetito, per ciascuno di loro,  Naldini concentra il suo estro biografico in pochi episodi esemplari, il racconto si affina in rapidi ritratti eseguiti con una perspicuità psicologica folgorante, acutissima, alle volte severa. Non la severità retrospettiva di un compte rendu, ma quella di chi rispetta virilmente il pudore degli affetti, ed è avvezzo a considerare il destino altrui con la medesima lucidità del proprio. Eminenti in questa brigata stanno Pasolini e Comisso: i doj amis accomunati dallo struggente congedo dell'ultima poesia in dialetto raccolta in La curva di San Floreano: opposti, e fatalmente essenziali nel rispettivo esempio di vita e di poesia. Naldini ha condiviso con Pasolini le vicende famigliari, gli anni della zoventùt friulana e tanta altra vita in seguito e altrove. Fino a quella morte sulla quale nessuno ha scritto pagine tanto intense e partecipi come quelle che si leggono nel cuore di questo libro, dove il dolore primordiale dell'abbandono annunciato nel Preambolo va a coincidere, in un'assoluta semplicità di parole, con quello estremo per la vita che finisce: «Nella lotta anche più brutale c'è una zona di calma in cui c'è un alter ego che assiste incredulo a quello che sta accadendo. Più che immaginarla io la sento dentro di me, questa zona calma dell'animo di Pasolini, durata pochi attimi che si allungano nell'eternità. Al di là del dolore fisico e del terrore io sento come venga invasa da uno sgomento infinito simile a quello dei bambini abbandonati per sempre». Comisso è stato invece il formidabile esempio di una vitalità senza disperazione, proprio in virtù del «rapporto misurato e sereno» che era stato capace di instaurare con la vita, di quel suo modo speciale di cercare il piacere alla luce di un «ideale classico» che sembrava appartenergli naturalmente, o del «luccichio del suo misticismo (assorbito magari durante il suo famoso viaggio in Oriente) involontario come quello delle lucciole nelle sere d'estate in cui la luce riflessa dalle lagune non moriva mai».

Quest'ultima intuizione è davvero un magnifico momento di intelligenza critica che sancisce la misteriosa autorevolezza di Giovanni Comisso, maestro di una sapienza che sembra compenetrare le bellezze più immateriali della natura, e amico che dopo la morte continua a vivere, scrive ancora Naldini in quella poesia friulana, drenti la part miej di me: dentro la parte migliore di me.

 

Introduzione di Franco Zabagli a Il treno del buon appetito

 

 
Ciao caro Nico, ti ricorderemo nei tuoi libri, che hai tanto desiderato tenere tra le mani, prima di chiudere l'ultimo capitolo della tua vita.

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