Prefazione de "L'ultima stagione", Paolo Malaguti

di Paolo Malaguti -

01.06.21

Prefazione
di Paolo Malaguti


L'amico e collega Fabio Siviero fa parte, come me, della generazione del ‘poi'. Siamo nati nel bel mezzo di un benessere già maturo, sull'onda fiduciosa degli anni Settanta, e abbiamo vissuto l'infanzia nel pieno ottimismo degli Ottanta.

I nostri genitori e i nostri nonni hanno investito su di noi con abbondanza, obbligandoci al contempo al piatto pieno e alla memoria della fame lasciata alle spalle da non così tanto tempo.

 

Forse è questo che ci rende già altra cosa dai figli del nuovo millennio. Loro vivono in un mondo nel quale le tracce del ‘prima' vanno ricercate con accuratezza, con interesse, noi invece quelle tracce, quelle evidenze, non potevamo fare a meno di scorgerle, attorno alla nostra quotidianità fatta già di scuola, di sport e di televisione.

Bastava uscire nell'orto per scoprire qualche vecchio ferro da lavoro, incomprensibile nelle sue meccaniche e nelle sue logiche. O, appena più in là, dove il paese finiva e iniziavano i campi, si vedeva ancora con chiarezza la ferita aperta delle costruzioni che velocemente, di anno in anno e quasi di mese in mese, portavano avanti la linea della modernità, mangiandosi filari di vite, campi di erba medica e di formenton.

 

Ma in fin dei conti non serviva nemmeno uscire, bastava mettere il naso nel sottoscala dei nonni, o in qualche album di fotografie, e non potevi non vedere, non capire, di che mondo eri figlio.In molti, nella nostra generazione, si sono ritrovati, a un certo momento, con l'esigenza di farci qualcosa, con queste memorie. C'è chi le ha messe in musica, chi ci ha scritto dei romanzi, chi, come Fabio, sfruttando la cassetta degli attrezzi della ricerca storica e sociologica, fa vivere le memorie di una comunità attraverso le stagioni, nel ritmo circolare e quindi eterno e sacro dell'anno agricolo.

Forse la perdita è il viatico per la riscoperta, forse lo sradicamento è il presupposto necessario per il desiderio della rivitalizzazione delle proprie radici. Di certo la presenza di lavori come il presente di Fabio Siviero ci incoraggiano e ci danno speranza, perché non si tratta di archeologia della memoria, né di aridi filologismi localistici, né di studi per i soli addetti ai lavori.

 

Dietro a progetti come questo l'intento primo e più nobile, a mio modo di vedere, è la ricostruzione della memoria, mediante l'arte più antica, quella della narrazione. Noi, i figli del ‘poi', non abbiamo vissuto la stagione del filò, quindi non possiamo, né forse avrebbe più senso, giocare la sfida sul terreno dell'oralità. La nostra narrazione si fa dunque scrittura, musica, ricerca.

Però di quello si tratta: gettare, per chi viene dopo di noi, il seme del racconto del territorio. Solo così chi verrà dopo di noi potrà, come noi, scoprirsi innamorato non più di ‘uno' spazio ma del ‘suo' spazio, portatore di affetti, di profondità storiche, di dialogo orizzontale e verticale con altre culture. In gioco, a ben vedere, c'è molto di più della sopravvivenza di memorie di mondi che furono: c'è il rapporto affettivo tra le nuove generazioni e il territorio che, presto o tardi, si troveranno a governare. Su questa sfida si gioca il destino del paesaggio, degli ecosistemi, delle eccellenze storiche e artistiche di questa parte d'Italia... Con il racconto si educa all'amore.

 

 

da L'ultima stagione, di Fabio Siviero

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